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Una convinzione · non un fatto · esaminata criticamente

Le riviste scientifiche sono restie a pubblicare articoli che mettono in discussione il modello gender-affirming. Di solito ciò viene attribuito alla qualità delle confutazioni: i critici semplicemente non avrebbero prove sufficientemente solide. La sociologa americana Callie H. Burt (Georgia State University) propone una spiegazione diversa in un articolo sottoposto a revisione paritaria pubblicato su Theory and Society: un pregiudizio ideologico strutturale all’interno dello stesso ambito di ricerca, che non opera attraverso la frode, bensì attraverso il modo in cui vengono formulate le domande e valutate le prove.

Che cosa sostiene esattamente Burt

In «Ideological homogeneity and its epistemic discontents: a case study of research on transgender issues» (Theory and Society, maggio 2026), Burt introduce un metodo che definisce Analisi Epistemica Ideologica (IEA). Il punto di partenza è il seguente: gli scienziati non devono essere disonesti per produrre comunque una ricerca sistematicamente distorta. Quando un ambito di ricerca è composto prevalentemente da persone che condividono gli stessi presupposti normativi, tali presupposti diventano invisibili: non vengono più messi alla prova, ma incorporati come ovvi nella formulazione delle domande, negli strumenti di misurazione e nell’interpretazione dei risultati.

Burt applica questa analisi alla ricerca sull’identità di genere e distingue tre presupposti interconnessi, che nel loro insieme definisce «ideologia dell’identità di genere»: il costruttivismo sessuale (l’idea che il sesso biologico stesso sia in larga misura una costruzione sociale), l’essenzialismo dell’identità di genere (l’assunto che ogni individuo possieda un’identità di genere innata, stabile e interiore) e la precedenza dell’identità di genere (l’idea che tale identità debba avere più peso del sesso biologico nel determinare chi sia una persona sul piano giuridico e sociale).

Come orienta la ricerca

Il punto dell’analisi di Burt non è che questi presupposti siano necessariamente falsi, bensì che raramente vengono esplicitati o messi alla prova: funzionano come una base non discussa sulla quale viene poi costruita la ricerca empirica. Secondo Burt, ciò ha conseguenze evidenti sul modo in cui vengono impostati gli studi: quali misure di esito vengono utilizzate, quali gruppi di confronto vengono scelti e quali risultati vengono presentati come «problematici» o, al contrario, come «confermativi». Questo si collega a un problema già descritto in precedenza su questo sito: il bias di pubblicazione nel settore fa sì, in parte, che i risultati divergenti abbiano più difficoltà a trovare spazio, non perché siano metodologicamente più deboli, ma perché esulano dal quadro interpretativo condiviso.

È significativo che Burt provenga dalla sociologia, una disciplina in cui la costruzione sociale delle categorie è un consolidato strumento di analisi. Proprio per questo, scrive, è ancora più sorprendente che una specifica affermazione — quella di un’identità di genere innata e immutabile — venga raramente esaminata all’interno della stessa disciplina attraverso la medesima lente costruttivista. È questa la contraddizione che questo sito aveva già evidenziato nel conflitto tra essenzialismo e costruttivismo nel dibattito sul genere: la stessa tradizione scientifica adotta due presupposti contraddittori, a seconda della conclusione desiderata.

Non è un segnale isolato

L’articolo di Burt non è un caso isolato. Che i conflitti d’interesse e la mancanza di un contraddittorio istituzionale svolgano un ruolo anche in altre aree del settore era già emerso dalle dichiarazioni rese sotto giuramento dagli autori delle linee guida WPATH, descritte su wpath.nl: l’autore principale di quelle linee guida ha riconosciuto che la maggior parte degli autori aveva un conflitto d’interessi. Mentre quel caso riguarda interessi personali e finanziari, Burt descrive una variante più sottile e strutturale: un bias che non deriva dalla ricerca di un guadagno, ma da un clima ideologico omogeneo all’interno di una comunità di ricerca.

L’articolo di Burt è stato pubblicato poco prima che uno studio americano controverso sulla relazione tra orientamento politico e sostegno alle cure gender-affirming suscitasse scalpore; gli autori dello studio hanno fatto esplicito riferimento alla sua definizione tripartita dell’ideologia dell’identità di genere per interpretare i propri risultati, come è emerso dalla loro risposta alle critiche. Lo studio in sé è controverso dal punto di vista metodologico ed esula dall’ambito di questo articolo, ma il fatto che il quadro di Burt venga utilizzato come punto di riferimento dimostra che la sua analisi sta ormai trovando riscontro anche al di fuori della sociologia.

Che cosa dimostra e che cosa non dimostra

È importante chiarire che cosa l’analisi di Burt non sostiene. Non afferma che i singoli ricercatori agiscano in malafede e non sostiene che tutti i risultati ottenuti nel settore siano per questo errati. Il suo punto è di natura metodologica: senza sottoporre esplicitamente a verifica i presupposti sottostanti, non è possibile stabilire fino a che punto i risultati rappresentino la realtà o, invece, il quadro interpretativo condiviso dagli stessi ricercatori. In un ambito in cui decisioni mediche irreversibili vengono fondate sulla ricerca, non si tratta di un dettaglio accademico.

Fonti

Callie H. Burt, «Ideological homogeneity and its epistemic discontents: a case study of research on transgender issues», Theory and Society, vol. 55, articolo 48, pubblicato il 18 maggio 2026. link.springer.com

Lee Jussim, Ohad Fedida e Colin Wright, «Response to Critics, Part I: What Our HHS Study Actually Found», Reality’s Last Stand, 2 ottobre 2026. realityslaststand.com

«L’autore principale delle linee guida WPATH ha riconosciuto sotto giuramento: “la maggior parte” degli autori aveva un conflitto d’interessi», wpath.nl, 26 settembre 2026. wpath.nl